Mickey Rourke su Vanity Fair .1
di Julian Schnabel
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Il grande artista e regista Julian Schnabel fotografato e intervistato Mickey Rourke per Vanity Fair. L'attore tornato al successo dopo la performance di Sin City, torna oggi nei cinema con The Wrestler (al cinema dal 6 marzo), la pellicola di Darren Aronofsky premiata a Venezia con il Leone d'oro, dove recita accanto a Marisa Tomei ed Evan Rachel Wood.
Quando faccio il regista, non voglio che i miei attori recitino. E tu sei uno che non recita. Come fai?
Facile. Devi farne qualcosa di personale. Perché se è qualcosa di personale, i pensieri che pensi sono veri.
Hai un passato da pugile. In un certo senso una preparazione per il personaggio che interpreti in The Wrestler.
È successo quando ho deciso che dovevo allontanarmi dal cinema per un po' perché mi accorgevo di essermi, in un certo senso, venduto, e quello era un errore che mi ero sempre ripromesso di non commettere. Avevo accettato due o tre film verso i quali non avevo alcun rispetto, e che mi erano serviti solo a rimettere in sesto le finanze. Sentivo di non aver reso giustizia al mio potenziale, di aver tradito la promessa che mi ero fatto da giovane: essere sempre il meglio che potevo essere.
Come vedi questo film dal punto di vista della sua natura autobiografica?
Quando me l'hanno proposto, la cosa che mi attirava di più era l'idea di lavorare con un regista come Aronofsky, un uomo che vuole le cose a modo suo, senza compromessi, pronto a rischiare. E quando ho letto la sceneggiatura, ho pensato: non voglio essere questo personaggio. Non avevo nessuna voglia di essere in un film sul wrestling, che non è esattamente la mia passione. Da ex pugile, l'ho sempre guardato dall'alto in basso perché è tutto pre-coreografato, tutto finto, puro divertimento.



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