Mickey Rourke su Vanity Fair .4
di Julian Schnabel
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Il tuo titolo
La mia posizione, il mio fottuto titolo. E quando abbiamo terminato le riprese, e a quel punto sapevo che avevamo in mano qualcosa di speciale, ho scritto una lunga e bella letterina personale a Bruce Springsteen. Non potevamo certo pagarlo milioni di dollari per una canzone, così gli ho scritto una lettera molto sincera. Gli ho spiegato che questo secondo me era il film più difficile che avessi mai fatto, e il migliore che avessi mai fatto, e che mi sarei ritenuto molto fortunato se avessi potuto coinvolgere una delle persone che mi avevano aiutato a cambiare vita. Devi sapere che, nel periodo "perduto", ero stato così stupido da non rivolgere la parola a Bruce per 13 anni. "Sono così contento", gli ho scritto, "di non essere più quello stronzo lì". Bruce mi ha risposto qualche mese più tardi. Sono a Miami, è notte fonda e ricevo una chiamata dall'Europa, dove lui è in tournée. Mi fa: "Ho letto la sceneggiatura e ti ho scritto una canzone, una cosa piccola". È la canzone - intitolata proprio The Wrestler - che si sente sui titoli di coda, e che riassume il personaggio. L'ho ascoltata centinaia di volte, in casa, da solo, e ogni volta ho pensato: cazzo, l'ha proprio centrata in pieno. È stato come uno splendido regalo di compleanno, o di Natale. Gli sono enormemente grato. Anche per quello che ha detto a Darren quando gli ha spiegato perché l'aveva scritta.
Che cosa gli ha detto?
L'ho fatto per Mickey. Perché possa tornare a essere quello che merita di essere.
Da Vanity Fair (n. 8/2009).



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