Addio Facebook
di Michela Marra
Vittorio, Eleonora, Andrey, Nino, Gaia sono alcuni tra gli utenti di Facebook ad aver vissuto l'esperienza dello "spazio ombra" destinato a quelli che, per i robottini-software del più noto social network del momento, risultano aver violato le regole contrattuali; profili di persone diverse tra loro ma unite da un comune denominatore - la passione per la Rete - disattivati o bloccati senza una spiegazione plausibile.
Le loro storie sono paradossali perché proprio queste persone hanno contribuito, insieme con tantissime altre, a rendere la Rete un luogo con elevata densità di informazione, a trascinare sempre più contatti nello spazio - per qualcuno mero contenitore privato a uso e consumo delle aziende - creato da Mark Zuckerberg nel 2004 e ora popolato da milioni di utenti.
Insomma, se lo ami "troppo", Facebook ti cancella. "Forse è ora di smetterla di definirlo social network - dice Andrey Golub, social media strategist, R&D progetti speciali per una società di consulenza italiana - Facebook non ha nulla a che fare con il concetto di open social web: non permette di importare ed esportare contatti dalla piattaforma, anche se i termini di servizio che noi abbiamo accettato sono molto chiari a proposito. Se accetti le regole, ti tocca subire il resto".
Fino a poco tempo fa Andrey era un evangelista di questa piattaforma con quattromila contatti, 20 gruppi da gestire e mille progetti in ballo. Poi, un bel giorno, riceve una letterina dal sistema e il suo profilo viene disattivato. Ma Andrey non si arrende, comincia una fitta corrispondenza con tre indirizzi mail (disabled@facebook.com, sales@facebook.com, appeals@facebook.com) e ottiene, da persone ogni volta diverse, spiegazioni "standard" che controbatte punto per punto anche se la risposta è sempre la stessa: "Purtroppo non possiamo riattivare i suoi contenuti". E i quattromila contatti? Persi. Poi, però, arriva la sorpresa. (segue)



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