Minor Majority
di Roberta Lippi
Candy Store è il quinto album dei Minor Majority, ormai un'istituzione della musica norvegese, ma dei perfetti sconosciuti per la gran parte degli italiani, operatori del settore inclusi.
L'album in questione si propone come una sorta di bigino per il pubblico europeo (la band vende solo, e molto, nel Nord Europa, in Francia e in Germania): un greatest hits di cui i musicisti spiegano la genesi attraverso il libretto che accompagna il cd.
Il disco è gradevole e, anche se ad un primo ascolto sembra scivolare via, al secondo già si fa più pregnante. Se esiste un suono scandinavo, probabilmente è questo: sensibile, diretto, pulito e triste quanto basta.
La voce di Pål Angelskår ("giovane" di cui appenderei il poster in camera, non avessi superato l'età già da un pezzo, anche solo per mantenere il fil rouge che mi lega alla Norvegia dai tempi di Morten Harket) è uno strumento imprescindibile e perfettamente accordato.
Qua e là ad accompagnarlo, oltre a qualche arco tormentato, la voce di Karen Jo Fields (cantante norvegese che, tra l'altro, fu compagna di classe di Angelskår), che completa con struggimento e dolcezza femminile brani come Dancing in the backyard, Keep coming around, Let the night begin o Electrolove.
L'influenza delle belle ballate americane si fa sentire, e spesso, in brani come (In that) premature way, dove sonorità morbide e un po' ruffiane si fanno preferire di gran lunga al singolo con cui i Minor Majority cercano di sbarcare in Italia: Supergirl (che, nonostante le buone recensioni, sembra leggerino, costruito ad arte e già sentito).
Ci sono poi brani perfetti per i risvegli, come This time, altra ballata con schitarrata classica per gli amanti dei R.E.M. più commerciali, e pezzi che potrebbero avere tiro, come The Things You Say, ma restano sempre un po' immalinconiti da atmosfere scandinave che prendono le derive canadesi dei Cowboy Junkies.
Un album romantico, dove non c'è brano che scampi al tema dell'amore. Non Wish You'd hold that smile, non She give me away, non As good As it Gets che fa venire voglia di comprarsi un soprabito solo per poterla ascoltare sotto la pioggia, camminando lungo un canale.
Definitivamente: questo è un album autunnale. Tra sei mesi, in macchina, con il venticello e le giornate che si accorciano, lo si riascolta. E molto volentieri.
Mettetelo nel cruscotto.

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Adry (01/07/2009 ore 22.22)
Perfettamente d'accordo, =)