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Devendra Banhart, senza trucco

pubblicato Giovedì 21 Gennaio 2010
Stefania Cubello
Devendra Banhart, senza trucco

Ha rinunciato alla barba da santone indiano, al trucco da dio Shiva, allo psichedelico cross dressing, distillato dei nostri eroi rock che ha ispirato anche gli ultimi messaggeri della moda maschile visti sfilare nei giorni scorsi sulle passerelle milanesi, ma non alla purezza del suo spirito di cantautore, libero.

Anche nel nuovo album What will we be (Warner), il primo realizzato per una major, con l'aiuto alla produzione di Paul Butler (del gruppo inglese Band Of Bees), Devendra Banhart compie uno straordinario viaggio nella musica, con ballate lo-fi di grande raffinatezza, scatole del tempo in cui si avvertono echi di Neil Young e Incredible String Band, Jim Morrison e Caetano Veloso, Marc Bolan e Donovan.

È il sesto e fra i capolavori della sua discografica iniziata nel 2002 con Oh me oh my... Lo ha registrato a Los Angeles, nella sua casa studio, un compound in perfetto stile hippy tra le montagne di Santa Monica e Malibu, oleandri ed eucalipto, che condivide con la sua famiglia allargata di amici e musicisti.

"Lavorare in uno studio di registrazione tradizionale significa escludere il mondo esterno dal processo creativo. Per me è importante il contrario, cioè portare il respiro del mondo e dell'ambiente in cui mi trovo dentro alla musica. Ecco perché ho deciso di lavorare da casa: la cucina era la control room, le basi musicali le abbiamo suonate in salotto, il bagno era la sala canto, con il resto della band c'è un grande affiatamento, si dormiva in una camera comune. What will we be è un disco che abbiamo registrato per noi stessi, più che per un pubblico. Non sono d'accordo con quanti hanno giudicato il mio passaggio a una major come un imborghesimento della mia musica," si difende Devendra un po' in italiano, un po' in spagnolo, il resto in inglese.

Con gli album precedenti, Rejoicing in the hands, Nino Rojo, Cripple crow, Smokey rolls down Thunder Canyon, lo hanno incoronato guru del freak-folk, ma ogni definizione con lui non funziona.

Nato a Houston, in Texas, 29 anni fa, dai 4 ai 13 è cresciuto con la madre in Venezuela, a Caracas, di cui ricorda la violenza ("uscire di casa dopo le otto di sera significava rischiare la vita"), poi tra Los Angeles e San Francisco, dove ha frequentato l'Art Institute, e a New York, dove occupava uno squat e si guadagnava da vivere suonando nei club.

Ad affascinare, primo su tutti Michael Gira degli Swans che lo ha scoperto, è l'alone di mistero e misticismo che circonda Devendra Banhart a partire dal nome, scelto dai genitori su suggerimento di un mistico indiano. Visivamente, Devendra sembra uscire da epoche dimenticate, tra l'hippy e il gipsy, Bollywood e Hollywood, Summer of Love e controcultura New Age, un compendio di completi edoardiani e jeans a zampa d'elefante, turbanti e sari dai colori psichedelici, monili e tatuaggi esoterici, fisico da asceta e appeal androgino.

Appassiona guru e amanti della moda, che ne fanno un'icona glam, e conquista Natalie Portman, oggi sua ex.

"Credo che il mio modo di fare musica vada ben oltre una semplice definizione. Sono stati molto importanti gli anni in Venezuela, dove sono cresciuto a suon di mambo, merengue, salsa, e poi bossanova, melodie che influenzano il mio songwriting di oggi. Mi piace la musica vecchia e quella nuova, artisti per qualche motivo sconosciuti alle masse come Karen Dalton e Vashti Bunyan, il rock, l'hip hop, il reggae, il calypso. Fra gli italiani, mi piace Claudio Villa e sto ascoltando i dischi di Vinicio Capossela".

Devendra non è solo un musicista, ma un artista a tutto tondo: disegna le copertine dei suoi album, e le sue opere sono esposte nelle gallerie di tutto il mondo, dal San Francisco Museum of Modern Art al Palais Des Beaux Arts di Bruxelles, anche in Italia, alla galleria Mazzoli, a Modena. Il tour che sta facendo a supporto dell'album What will we be comprende anche esibizioni e installazioni delle sue opere.

 
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